La mia nuova vita in cloud

La mia nuova vita in cloud

“Scusa, quanto hai detto che dureranno i lavori?”

Almeno tre mesi.

“Scusa, hai detto 3 mesi?”

Ho detto ALMENO tre mesi. E DOVETE portare via tutto, perché per buttare giù i tramezzi e rifare il pavimento non potete lasciare proprio niente.

“Scusa, Architetto, ma io come faccio? Mi sparo adesso e tu seppellisci il mio cadavere sotto il massetto, oppure è meglio che mi dia fuoco in cortile verso giugno così non ritardate la consegna?”

Per farla breve, il proprietario dell’immobile che dal 2001 è la mia sede di lavoro, mosso da compassione per il deterioramento dei locali ha deciso di ristrutturare. E questa è una splendida opportunità per noi due soci, visto che ci ha addirittura consultato per il progetto e per la scelta dei materiali. Davvero una persona di rara sensibilità cui siamo infinitamente grati perché trascorso questo tempo la nostra società avrà una bellissima sede tutta nuova.
Ma mentre l’architetto sottolineava “ALMENO tre (3) mesi” io ho avuto un tracollo emotivo, e quella sera ho comprato due bottiglie di rosso che non sono neppure bastate.

Sì, sì… sminuite pure.

Che ci vuole, è un trasloco come un altro!

NO, non lo è. Ecco perché.

Io e il mio socio abbiamo fondato la nostra società nel 2001 proprio lì, tra quelle pareti che stanno spietatamente abbattendo. In attesa che fastweb ci allacciasse una fibra ottica che ovviamente non era fibra ottica (vendutaci da un commerciale ex domatore di elefanti, no, non sto scherzando) usavamo il modem analogico a turno, la linea cadeva, ricomponevo e sembrava di ascoltare la colonna sonora di Blade Runner (quel pazzo di Vangelis la sa lunga). Lavoravamo talmente tanto che dovemmo comprare un divano letto per affrontare i tour de force senza incappare nella morte per assenza di sonno. Era il famoso Tomelilla dell’Ikea, talmente resistente che non lo fanno più da un sacco. Per i siti web usavamo soltanto il font Verdana, un segno distintivo per le pagine fatte da noi, tanto che a un certo punto con una bomboletta rossa abbiamo scritto Verdana – in Verdana – su una parete. Avevamo anche montato un piccolo canestro per fare il terzo tempo con palle di cartacce, e possedevamo una splendida poltrona gonfiabile su cui facevamo accomodare i clienti ingessati per strappar loro una risata. Lì, nel 2002, abbiamo sviluppato – giorno e notte, notte e giorno – la prima community dedicata agli studenti universitari: non c’era ancora nulla del genere in Italia, nulla. Le facoltà non avevano neanche i siti web, a quel tempo. Era talmente utile e innovativa che l’ateneo ci ha saldato solo il setup e poi, al primo cambio di management, ci ha lasciato insoluti buttando tutto al cesso. Tutto eh, inclusi gli indirizzi email delle migliaia di subscribers aggregati in due anni e le loro conversazioni online. Ok, questa è una storia amara, ma accidenti quanto Internet è passato lì dentro! Avrei da raccontarne per ore, andando avanti nel tempo.

Voglio dire che quei tramezzi spariti avevano visto crescere la Rete, e noi con lei. Voglio dire che nei cassetti e negli scaffali che abbiamo svuotato stravolti, c’erano 16 anni di cose di Rete e della nostra vita con lei. Manuali di Flash, le più antiche procedure del Registro.IT, hard disk da 20GB, i floppy dei clienti!!! Chi c’era, capirà.

Ma è andata così, doveva andare così, prima o poi.

Molto è stato buttato, altro conservato, altro ancora temporaneamente inscatolato e immagazzinato, giusto per poter avere il tempo di decidere. E comunque si tratta di COSE. Perché tutto il resto lo ho qui con me, in cloud, ovunque io sia. Tutto l’immateriale che ho prodotto in questi 16 anni è qui con me. I dati, il contenuto, la mia esperienza, la mia conoscenza, che è il mio unico valore professionale.

La mia nuova vita in cloud non è niente male. Ho uno zainetto, e mi basta: c’è il portatile, un modem 4G stracarico di connettività, alcune penne che ovviamente non funzionano e stop. Non mi serve altro. Il mese scorso mi sentivo ancora un tantino a disagio perché ho provato a ristabilire la vecchia routine in un coworking molto scomodo, adesso invece sono rilassatissima perché ne abbiamo trovato un altro veramente accogliente, nuovo in tutto, dove mi fa proprio piacere andare ogni giorno per qualche ora. I clienti li incontro in un bel caffè che sia comodo per entrambi, altrimenti li invito alla sala riunioni del coworking oppure li raggiungo dove credono. Il resto lo faccio da casa, in terrazza, dal parco, con lo smartphone camminando, da dove mi trovo e da dove mi va. E penso a quei poveri clienti e competitor che nel tempo hanno atrofizzato o terminato le loro attività perché non hanno capito che dovevano “smaterializzare” il processo produttivo, invece di tagliare i costi ad cazzum nell’intento di sopravvivere nel paese dei dinosauri ingordi.

Insomma questa faccenda di essere raminga mi sta facendo un gran bene, e mi piace. Sento che mi sta portando avanti. E ringrazio ogni giorno il mio socio perché è lui il lungimirante artefice della nostra progressiva smaterializzazione, sapientemente avviata nel 2013. Io invece, che stavo per cadere nella trappola della conservazione (folgorante questo articolo di Mantellini sulla conservazione!) ho dovuto perdermi un attimo tra le nuvole per trovarmici bene.

Oggi so che non tornerò mai più indietro, non mi sentirò mai più professionalmente legata ad un luogo fisico. Ti atrofizza il cervello, ti toglie la proprietà del tempo e il diritto di scelta.

C’è modo e modo di lasciare l’Italia, io ho iniziato così.

Corinna Volpi

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By Daniele Zedda • 18 February

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