kheperer

Kheperer

Ero lì che mi piangevo addosso, pensando tra l’altro che l’espressione “piangersi addosso” è davvero odiosa.

Voglio dire, cosa dovrei fare per non piangermi addosso? Mi metto prona così le gocce cadono direttamente a terra? Ma una tizia prona non è peggio di una che si piange tranquillamente addosso nel pieno rispetto della legge di gravità e senza dare disturbo al prossimo? No, davvero, più ci penso più mi incazzo.
– Meglio piangere sulla spalla di qualcuno?
Andiamolo a chiedere a quel qualcuno.
– Sul latte versato? Posso?
Ma no! Lo dice il detto.
– Fanculo i detti.

Dunque ero lì che mi piangevo tranquillamente addosso, immersa in un cocktail di rabbia, sconforto, paura e incertezza rigorosamente on the rocks che chiameremo “despair” e serviremo nei peggiori bar di CuPa, quando è venuto a trovarmi Kheperer.

kheperer

Lo scarabeo è affascinante. Quello verde smeraldo si chiama Cetonia aurata. Il tipo che mi è venuto a trovare, tutto infarinato, è certamente un grande impollinatore. Quelle piccole vite che permettono al mondo di non morire. Lavoratori indispensabili senza salario e senza gloria. Il premio produzione? Un bagno di polline nelle mie calle fiorite d’orgoglio.

Quindi ero lì che mi piangevo addosso mentre Kheperer si caricava tutto quel polline addosso per portare a termine il suo sporco lavoro senza salario né gloria.

Gli egizi, che erano indiscutibilmente in gamba, avevano ben chiaro che lo scarabeo meritava una certa attenzione. “Lo Scarabeo egizio, chiamato kheperer, era considerato un potente amuleto sin dal periodo tinita con funzione magica-apotropaica di eterna rinascita nel divenire e trasformarsi, assicurando solo eventi felici ed un costante miglioramento delle facoltà intuitive e spirituali” (da wikipedia).

Piccola storia di come dal piangermi addosso ho finito per tuffarmi in un fiore.