il re

Ho visto un re

Per lavoro e per sorte, mi capita di interagire con personaggi pubblici o di rilievo, artisti più o meno famosi e pezzi grossi del dietro le quinte, insomma gente in vista o che si reputa tale. Condizione che – concorderete con me – non è garanzia di qualità.

Mi viene spesso domandato perché in codeste situazioni non mi metta sull’attenti, perché non usi un occhio di riguardo, da subito e a prescindere dalle manifestazioni di educazione ed eventuale cortesia che mi vengono riservate.

“Vuoi dire, perché non scodinzolo?” riassumo io a chi mi chiede della mia educata assenza di soggezione.

Perché ho parlato con Vittorio Gassman.

Nel 1992 credevo che l’Italia stesse cambiando, avevo appena superato l’esame di maturità e stavo per partire con gli amici per la Spagna. In verità nulla intorno a me stava cambiando e quella sera ero a Piazza del Popolo, a Roma, con gli stessi amici privi di argomenti interessanti. Così contemplavo annoiata la bellezza delle chiese gemelle, senza sapere che da lì a poco qualcuno sì che sarebbe cambiato.

Immersa nel candore dei marmi e disturbata dalla pochezza della conversazione, vedo incedere un gruppetto. Inconsciamente e progressivamente metto a fuoco il più alto, una sagoma che riconosco. Sussulto e stringo forte il braccio di un’amica “guarda! Zitti e guardate accidenti, è Vittorio Gassman!!!”.

Ma i poveretti sono impegnati a parlare di oggetti mentre il gruppetto Gassman si allontana, per cui rinuncio alle spiegazioni e inizio a frugare come una matta nello zaino per afferrare una penna e un foglietto di carta (la ricevuta del mio primo prelevamento bancomat). Con il pretesto dell’autografo parto in quarta mentre i poveretti mi urlano dietro “ma dove vai, sei scema???” e con passi lunghi e svelti raggiungo il gruppo.

È lui. Con la famiglia (al tempo riconobbi solo Alessandro). Così a occhio, non gradiscono la mia irruzione.

Francamente me ne infischio e mi pianto di fronte a Vittorio Gassman, dritta come una scopa e con un sorriso in CinemaScope. Combatto per domare la voce rotta per l’emozione, inspiro, espiro, quasi spiro ma poi esterno con decisione: “Mi scusi, mi perdoni l’invadenza, non posso non farlo, vi prego scusatemi tutti, posso chiederle un autografo?  Mi chiamo Corinna”.
Porgo con mano tremante la ricevuta del bancomat e la bic mentre mentre lo guardo fisso negli occhi. Occhi profondi, sofferenti, pieni, ci vedo tutto e mi perdo un po’.
Mi sorride e arriva la frustata della sua voce, la sua voce!

Scandisce altisonante: “Così lei si chiama Coriin-na! Finalmente un no-me!”.
Intorno a me sento sbuffare.

Prende dalle mie mani il foglietto e la penna. Guardo le sue, le muove lente, sono incerte, ma sì che scema che sono, come può scrivere su quel dannato foglietto senza un appoggio? Mi vergogno.
Intorno a me sento sbuffare.

Mi tolgo lo zaino dalle spalle e glielo porgo “si appoggi qui, mi perdoni, è tutto quel che ho”.
Ora mi guarda strano, ma accetta l’appoggio e scrive rapido. Il mio nome lo scrive con cura, però.
Mi scruta ancora mentre rimetto lo zaino in spalla e restituendomi foglietto e penna mi fa “Corinna, posso farle una domanda?”.
Non ci penso su, “Ma certo! Mi dica”.

“Corinna, se io mi trovassi ini stato di necessità, lei, mi aiuterebbe?”

(ini stato descrive l’intonazione)

Intorno a me ora è silenzio.

Elaboro rapidamente e penso ad un gioco, intendo un gioco su di me. Forse influenzata dal materialismo degli amici appena lasciati o semplicemente instupidita dall’insicurezza, non comprendo la portata del quesito. Così, in forte imbarazzo, tutta rossa e con le lentiggini esplose, mi giustifico. Anzi, giustifico: lo zaino tutto rotto, i capelli incolti, i sandali e le collanine hippie, la t-shirt consunta del mio primo concerto rock… giustifico tutte le mie cose con un misero e scarso “eh… e come potrei mai aiutarla, io… non vede, sono solo una studentessa…” e abbasso lo sguardo.

Lui, tuona “Ma Corinna, che dice, non ha capito! Mi ascolti per favore, mi guardi! Se io mi trovassi ini stato di necessità, lei, mi aiuterebbe?

E scopro occhi ancor più pieni, disperati, che dall’alto ha conficcato nei miei, una ferita profonda, un dolorosissimo affondo, credetemi.

Così, ho capito.

Scossa, con un’altra voce – la mia – gli dico  “Dio, se la aiuterei. Le offrirei più di quel che ho”.

“Per-ché!”.

“Per quello che mi ha dato, per quello che ha dato al teatro, al cinema, per tutto quello che ha fatto per noi”.

Il mattatore s’illumina, mi sorride sornione e con gesto regale mi posa la mano sinistra sul capo.

“Grazie, Corinna. Ora vai, e prolifica!”.

Abbozzo goffamente un inchino e fuggo balbettando e volando sui miei sandali con un tesoro tra le mani e la benedizione di Vittorio Gassman impressa a fuoco.

Allontanandomi lo sento esclamare “Pillole??? Ma quali pillole! Una Corinna alla bisogna!”.

Nel 1992 non sapevo ancora della depressione. Ma non è qui ed ora questo, il punto.

Il punto è che quella sera Vittorio Gassman mi ha insegnato che anche il re può aver bisogno di me.

Anche il re ha bisogno di me.