U+1F*

U+1F*

1

La prima volta ne sentii parlare da mia zia. Approdavo in ufficio da lei dopo gli esami in facoltà, svuotato e in cerca di ristoro. Non era di indole propriamente dolce ma colta di sorpresa si abbandonava all’improvvisazione scenica e la cosa non mi dispiaceva, sin da quando contavo gli anni sulle dita. Difatti si precipitò ad estrarre dal mini frigo un gigantesco uovo di pasqua in pieno luglio, per poi accoltellarlo a nostro beneficio con furia teatrale e ghigno satanico.
Scioglievo il fondente sul palato compiacendomi del mio 28 quando borbottò qualcosa a proposito di quella strana donna, con lo zio alle sue spalle che mi lanciava occhiate a forma di biglie, come a dire “sì sì, è pazza, ma tu lasciala dire così smette prima…”.
– Beh se volete darmi retta bene, altrimenti non ho tempo da perdere, io.
Dai zia non ti offendere! Spiegami che non ho mica capito… (sguardo d’intesa tra giocatori di biglie).
– Ebbene, sta succedendo qualcosa di molto, ma molto strano. È nelle facce della gente.
Okay. Cosa, di preciso?
– Emoji.
Zia…
– Sentite, io stavo pagando il conto. La cassiera prima era normale, un attimo dopo aveva un emoji al posto della faccia. Quello confuso e disperato, con la bocca tutta zig zag1. Ne abbozzò l’espressione e in risposta scoppiammo fragorosamente a ridere. Affranta, non potè che unirsi a noi, impertinenti e cazzoni. D’improvviso squillò un telefono e tornammo tutti al nostro lavoro compreso il mio: fare a pezzi l’uovo rimasto. Lo frantumavo con criterio geometrico mentre dall’altra stanza sentivo il tizio ciacolare in vivavoce, stridulo e su di giri. Provai un notevole fastidio uditivo e mi chiesi per l’ennesima volta cosa mai avrei potuto fare da grande. Cercai la risposta in uno scaleno di cioccolata errante.

La sera in metro, tornando a casa, mi sentii libero. Finalmente ero in vacanza. Esplorai il vagone con gli occhi e dopo un rapido esame decisi che di certo ero io, il più vacanziero a bordo. Mi balenò in testa l’assurda ipotesi che in verità, fingendosi tristi, lisi e indaffarati negli smartphone, stessero tutti chattando tra loro e che a breve avrei ricevuto anch’io il whatsapp di benvenuto.
Sbirciai lo schermo della ragazza alla mia destra, vi fluivano abili e curatissime mani alle prese con voluttuosi impasti. Lei, china sul display. La vedevo meglio nel riflesso sul finestrino di fronte, che però in accelerazione era peggio di un horror girato in camera a spalla per cui verso Cinecittà il volto della tipa aveva assunto le sembianze dell’emoji con l’acquolina in bocca2. Così mi fu chiaro l’impatto di mia zia e, non ultimo, del suo cioccolato.

2

A fine ottobre ricevemmo tutti un alert sui telefoni. Ero in aula quando risuonò tetra la prima sirena, poi a cascata e scomposte le altre. Ognuno a interrogare per un secondo gli occhi dell’altro, poi tutti giù a frugare tasche e borse. Finalmente, con i display tra le mani, constatammo che non si trattava di un test.

“ALLERTA VIRUS U+1F* – AVVISO DEL MINISTERO DI SALUTE PUBBLICA E PRIVATA MINS2P – STATO DI EMERGENZA: per la salute e la sicurezza dei cittadini, è severamente vietato l’utilizzo dei seguenti sistemi di messaggistica e social network” e giù l’elenco dei soliti noti. “Ogni trasgressione sarà severamente punita” chiudeva il messaggio, riportando un link con l’invito a cliccare per ulteriori informazioni.
Leggevo e rileggevo con il dito piantato sul display, come per paura che quell’assurdità svanisse senza concedermi il tempo di capire, mentre colpi di tosse e risate convulse facevano sobbollire le file di banchi. Poi, un fischio acuto. Era il Prof. Pavoni che batteva il dito sul microfono, per tre volte come si conviene, mentre con l’altra mano soppesava lo smartphone sfoggiando l’espressione di chi vuol proprio raccontarti il finale del film appena cominciato.
“Direi che possiamo agevolmente dedurre che i colleghi del MINS2P debbano urgentemente risolvere un problemino di phishing… bene, dove eravamo rimasti?”.
Il brusio però cresceva invece di scemare, così anche il Pavoni armeggiò con il telefono un istante ancora, per poi riporlo visibilmente soddisfatto. Tutto sommato non mi dispiaceva il Pavoni, anche se era uno di quei seguitissimi divulgatori dei social che tornavi a casa la sera e te lo ritrovavi pure in TV.
Non feci in tempo a chiedermi dove avesse prontamente postato il suo arguto contributo sulla falla ministeriale, che ricevetti la notifica.
Dopodiché accadde.

Il Pavoni fu il primo. Era di spalle, alla lavagna, intento a preparare il piano cartesiano. Sull’asse delle ascisse il braccio destro iniziò a fremere in maniera convulsa. Cadde il pennarello. Lui ritrasse l’arto e se lo strinse al petto con il sinistro. Pensai, ha un infarto, cazzo, ma non è il sinistro quello dell’infarto? Qualcuno chiamava aiuto, sta male!! mentre il prof. tremava tutto ripiegandosi su se stesso fino ad accasciarsi sulle ginocchia, la testa china come in attesa del boia. Quelli che accorsero e lo videro, di colpo si ritrassero e fu allora, sì fu allora che iniziarono le grida. Tappai le orecchie cercando di far aderire le mani come ventose perché il frastuono era insopportabile. Chiazze di giallo ovunque. Poi, una forte sensazione di calore in testa e clic – buio.

3

– Hai preso una bella botta.
Mi faceva male la testa, sì, ma quella voce non la conoscevo. Piccolo particolare, ero su una barella. In segreteria.
– Nella fuga generale ti sei beccato uno zaino in testa e mi sa che era bello pieno perché hai perso i sensi. Tieni, butta giù e bevi tutto.
Cos’è?
– Ibuprofene e un bicchiere di H2O (risata da fumatore) … Fai troppe domande ragazzo, la lezione qui si direbbe… conclusa! (altra risata da fumatore) … Dai su, fammi sentire che capisci e parli, che abbiamo ancora parecchio da fare di là.
Temo di aver perso gli occhiali.
– Vedi se sono questi.
Mi guardò inforcarli, erano i miei.
Poi prese a riporre accuratamente i suoi alambicchi in una valigetta.
– Ti dovrei dire che devi fare una TAC ma come vedi qui non siamo attrezzati… (risata da fumatore). Non posso neanche tenerti in osservazione ma i parametri ce l’hai a posto e al ficozzo ci pensa l’ibuprofene quindi devi andare, svelto che stanno evacuando. Ascolta le istruzioni dei militari all’uscita e non fare come questa massa di idioti, sennò ti ritrovi la faccia come un pompelmo. E indietro, a quanto pare, non si torna. Niente control zeta insomma.
Alzò gli occhi e mi fissò per qualche istante, credo aspettasse una reazione che non ebbi.
– Aò, Ainshtain,… dai forza, t’ho detto che stamo a sbaraccà.

4

Camminavo teso e spedito verso l’uscita ripetendomi che non era possibile, doveva assolutamente esserci una spiegazione logica, tipo un gigantesco flash mob con le maschere da emoji o cazzate simili. Ma più la rifiutavo, più mi insisteva negli occhi quella fioritura di bulbi gialli che in una manciata di secondi aveva tinto l’aula magna.

Realizzai che il mal di testa stava scivolando via.
Il tizio della Croce Rossa non diceva balle, erano mimetiche quelle giù in fondo all’uscita. Rallentai il passo, volevo guadagnare tempo per formulare la domanda (quale domanda?) ma di tempo non ne ebbi perché il più vicino mi faceva già cenno con la canna del fucile di accelerare verso l’avamposto. Il cuore pompava forte, ma quale cazzo di flash mob…

Non era prevista alcuna domanda.
Asciutto, nodoso, mi indica la cassetta metallica ai suoi piedi. Considero che siamo suppergiù coetanei. Gli altri, sei o sette in tutto, stanno baccagliando qualche metro in là, per una… telefonata?
– Favorisca il telefono.
Mi si è piantato davanti, il tono è perentorio, devo smettere di seguire la conversazione di quelli all’uscita.
Non ho capito, devo dare lo smartphone?
– Lo deve spegnere e gettare qui dentro.
Butto uno sguardo giù alla cassetta stracolma, spicca una cover gialla. Prendo tempo, ci riprovo.
Okay. Posso fare una telefonata? (Perché diamine non ho chiamato prima? Ma ce l’ho il telefono? Sì ce l’ho nella tasca interna della giacca, l’ho spento prima della lezione. No per carità non lo toccare adesso, tieni giù le mani).
– Lo spenga e lo getti qui dentro, ora!
Per favore, una telefonata, una sola.
Quello dà un calcio alla cassa e mi si appiccica al petto con uno scatto, occhi corvini e sguardo stravolto. Mi sbatte addosso tutta la sua frustrazione ma io non arretro, gli sfodero anzi la mia migliore faccia da schiaffi. Lui prende aria, la butta fuori con garbo direi forzato e parte a sussurrarmi sulla spalla:
– Ascolta, non sai quanto vorrei telefonare io, ma non lo posso fare, tu non lo puoi fare, nessuno lo deve fare. Chiaro? La faccenda ha preso una brutta piega, il virus passa con le notifiche e ti fotte anche solo se attivi il display, ne ho visti infettarsi già a decine, sai come funziona? Lo sai? Prima hai le convulsioni, poi ti si gonfia la testa come un dannatissimo lecca lecca al limone e pian piano ti si deforma la faccia. Urli di dolore come un pazzo mentre diventi un cazzo di emoji, capisci? Lo capisci ora? Un grandissimo, schifosissimo, fottutissimo emoji di merda.
Segue un silenzio tragicomico, sospetto comico solo per me.
Lo rompono le grida di quello grosso all’uscita: “t’ho visto che chattavi, sei pazzo?”. In due cercano di trattenerlo. Caos, anfibi che picchiano sul pavimento, un tonfo, qualcuno urla “CONVULSIONI!!!” e parte la raffica. Una sventagliata che neanche Call of Duty, con ogni colpo che sembra esplodermi in petto. Ne conto cinque finché “A TERRAAAAA!!! grida il mio soldato. Ci tuffiamo in direzioni opposte, io sotto una panca e lui dietro al distributore di bibite. Sono faccia al pavimento, cerco aria e più in là trovo i suoi occhi: usa quelli e il fucile per indicarmi l’uscita di emergenza sul retro dell’edificio. Ma io sono cementato al marmo da uno strato di terrore, e sento che non potrò di certo muovermi.
“VAI, ORA, SCAAATTAAA!!!”.

5

Come ci sono arrivato al ballatoio sinceramente non lo so. Ricordo le gambe pesantissime, sembrava non fossero le mie, e un tonfo sordo e ripetuto che non cambiava di ritmo e cresceva di intensità man mano che mi avvicinavo al punto di fuga.
Superati gli ultimi gradini dello scalone, pensai che prima o poi doveva accadere. Faccia di pompelmo era proprio davanti a me: si era imbattuto nella porta tagliafuoco della scala antincendio ma non poteva aprirla perché gli era toccato l’emoji di Munch3. Con le mani appiccicate al faccione giallo e apparentemente gelatinoso, ripeteva delle ampie torsioni del busto per abbattersi sulla porta con il bacino, tentando e ritentando di sbloccare il meccanismo di uscita. Era orrido e patetico allo stesso tempo. Provai una pena infinita, dovevo assolutamente aiutarlo.
Mi avvicinai molto lentamente con le mani alzate, “aspetta, ti apro io, tranquillo”, ma Munch continuava imperterrito la sua danza del ventre, senza dare segno di intesa.
Dopo un breve ragionamento, di certo incauto, approfittai di un intervallo ritmico per inserirmi tra lui e la porta, aprirla e svicolare fuori, offrendogli spalancata l’uscita. Così nella torsione successiva, non trovando l’ostacolo vacillò senza equilibrio. Rabbrividii al pensiero che potesse rovinare giù dalla scala antincendio, per giunta grazie al mio prodigo intervento. Invece faccia di pompelmo seppe tenersi in piedi: in qualche modo comprese che aveva via libera, un iniziale tentennamento poi imboccò l’uscita. Prese a scendere pesantemente i gradini metallici con lo stesso ritmo con cui aveva scandito le torsioni, lento e inesorabile.
Sono rimasto lì ad osservare la sua goffa discesa monca, non perché mi aspettassi l’ennesimo colpo di scena. Il punto, era, che giù nel piazzale ce n’erano veramente troppi.

6

L’affaccio della scala antincendio era il mio loggione sul palco degli orrori. Un posto d’onore, considerato che potevo osservarli dall’alto mantenendo una via di fuga giusto alle mie spalle. Ma cosa mai avrei trovato tornando indietro sui miei passi? Realizzai che in fin dei conti ero appena uscito incolume da una sparatoria, e mi chiesi come se la stesse cavando il soldato che dentro di me avevo deriso. Sembrava già una vita fa. Poi non ebbi più scuse e mi abbandonai allo spettacolo in scena.

Sull’asfalto stagliava questa enorme cosa gialla e brulicante. Stimoli a me impercettibili ne facevano fluttuare le creste, producendo ondate di movimento con cui il gigantesco anemone ribolliva scomposto. Il rumore del calpestio insensato e frenetico sull’asfalto si diffondeva nel piazzale, ricordandomi ad ogni ondata che sotto quell’ammasso di smorfie si agitavano i corpi, apparentemente immutati. Un gregge di sembianti mezzi umani e mezzi emoji.
Ero perso in quell’orrore quando notai una certa agitazione sul lato sinistro della massa. C’era un gruppetto smanioso e compatto che tirava verso fuori, fino quasi a staccarsi dal gregge. Poco in là, riconobbi dalla maglietta dei Green Day il Munch del mio incontro ravvicinato. Si stava unendo a loro con la sua bella stampa vinilica American Idiot impressa sul petto e le mani rigorosamente incollate al faccione giallo.
Una forte nausea venne provvidenzialmente a spegnermi i pensieri. Schiena al muro, mi lasciai scivolare lentamente giù, fino ad accasciarmi come un senzatetto. Chiusi gli occhi, per quanto non so.

Fu il freddo della grata metallica a ricordarmi che ero ancora vivo.

Incredibile come ogni ragionamento su come uscire da quella situazione e raggiungere gli altri, portasse istintivamente la mia mano a tastare il maledetto telefono. Dopo tutto, lo custodivo ancora religiosamente in tasca.
Così accadde che quando mi ritrovai per la terza volta con la mano sulla zip, scoppiai.
Mi rimisi in piedi di scatto e con furia mai provata prima, mi precipitai giù dalla scala. A pochi metri da loro ne riconobbi l’odore, disgustosamente dolciastro. Di nuovo la nausea.
Finalmente violai la zip, afferrai il maledetto telefono e lo scagliai con tutte le mie forze contro il gregge, che attutì il tonfo e neppure se ne accorse.

Poi li osservai calpestarlo, e mi piacque.

Imboccai il viale verso l’uscita considerando che né io, né tantomeno loro, saremmo più stati gli stessi.

© 2025 CORINNA VOLPI. Tutti i diritti riservati.

  1. 😖 U+1F616 ↩︎
  2. 😋 U+1F60B ↩︎
  3. 😱 U+1F631 ↩︎