1
Trandafira aveva perso il lavoro per via del virus, ed è peggio di quel che pensi: tutti i vecchi che assisteva erano morti. Così prese a trascorrere le giornate trascinando le sue caviglione su e giù per il cimitero, dove quelli si erano trasferiti. Al mattino si presentava al cancello qualche minuto prima dell’apertura, giusto il tempo di sciacquare per bene la spugnetta alla fontana e riempire il secchio per la prima passata.
Alle 10 in punto si affacciava il custode.
– Buongiorno Mestò! Frescolino, eh?
– Mpf.
Trandafira, ribattezzata Mestò non solo per l’effettiva impronunciabilità del nome, era anche sordomuta e non sorrideva volentieri a causa della dentatura scomposta. Ma era forte, di buon cuore e dotata di una placidità disarmante. Dove c’era Mestò c’era uno sgabello, e dove c’era uno sgabello c’era seduta Mestò. Non si sa se fossero le caviglione oppure quel che cucinava, ma con Mestò (che appunto, dove la mettevi stava) si tranquillizzavano proprio tutti. In più, aveva una vista eccezionale. Lì al paese erano più pratici di pecore che d’altro ma qualcuno si ricordò di un vecchio documentario in cui il Sor Pierangela spiegava come funzionano gli occhi dei camalleoni. Così tutti al bar convenirono che Mestò bambina, tanti anni prima al paese suo (Romania) fosse stata morsa da uno di quei cosi e che da lì venisse l’incredibile abilità di separare gli occhi e vederci pure de dietro. Si dice infatti che quando Peppino afferrò il badile con l’intento di colpirla alle spalle – non perché fosse cattivo, ma perché dimenticava tutto così aveva dimenticato di averla in casa – bastò un Mpf di schiena di Mestò per farglielo cadere sui piedi amputando di netto un alluce, visto che aveva dimenticato di mettere le scarpe.
Al mattino, dicevo, Mestò passava la spugnetta sui marmi dei suoi vecchi. Cambiava l’acqua tre volte e se pioveva solo due. Poi dava un’energica spazzata e passava in rassegna i fiori emettendo un Mpf per ogni gambo piegato. Se il custode contava più di una decina di Mpf cercava di defilarsi tra le siepi per correre ad avvertire il cognato fioraio “Tonì oggi so’ diciotto, chiudi che ariva!”, ma era lui che arrivava sempre tardi: Mestò se ne stava già piantata di fronte al chiosco con le manone sui fianchi mentre Tonino le consegnava a sue spese, per giunta scusandosi, tanti fiori freschi quanti gli Mpf registrati al camposanto. In verità, Tonino era invaghito di Mestò, che la sorte aveva condotto a Privoli con un ritardo di due anni rispetto al suo matrimonio. Ma nessuno dico nessuno, tra quelli in vita, seppe mai per chi segretamente ardesse il cuore del piccolo fioraio.
Il cimitero chiudeva alle 12:30 per poi riaprire dalle 16:00 alle 18:00, ma a Mestò era permesso di restare sia per pranzo che per il pisolino. Col brutto tempo si ritirava nel casotto del custode, il quale – grazie a Mestò che appunto stava – si ritirava a casa sua, dove lo attendeva un bel fuoco con su la minestra calda.
Mestò invece mangiava veloce qualcosa di freddo e infagottato, mandava il solito messaggio a qualcuno del paese suo e aspettava la risposta con lo sguardo fisso al telefonino. Poi la vedevi roteare l’occhio destro tre volte, emettendo un Mpf ad ogni giro più fiacco. Al terzo ed ultimo Mpf il telefono le scivolava sul grembo e lo sgabello pian piano spariva sotto il corpone dormiente.
E fu proprio mentre Mestò dormiva, in una fredda giornata di novembre, che quelli scoprirono il pulsante rosso.
2
– Non spingere, assassino!
– Brutto ladro che non sei altro, come diamine faccio a spingerti che sei morto?
– Mi hai ammazzato tu, stronzo!
– Dai, piantala con questa storia. Guarda la cicciona come dorme… lo sai cos’è che mi manca di più? Il materasso.
– Ma se l’altro giorno dicevi che daresti la vita per le tette della Marianna… piccolo particolare, non ce l’hai la vita, scordati le tette!
– Maledetto me che ti ho ammazzato.
– Puoi dirlo forte.
– MALEDETTO ME CHE TI HO AMMAZZ
“Basta voi due! Smettetela di fare baccano, se si svegliano i piccoli abbiamo chiuso! Piuttosto, maledetto me che vi devo sopportare…”.
Eleuterio era il rispettato capo banda. Un’improbabile ma pericolosissima banda di tre vecchi, per giunta morti, con in comune: la badante, dei nomi assurdi (oltre Eleuterio, Alceste e Tindaro) e la tomba. Il virus se ne portava via parecchi, così il macellaio di Privoli, nonché primo cittadino, aveva generosamente destinato ai caduti una delle tante cappelle di famiglia. Era tutto sommato dotato di sentimento ma decisamente privo di gusto, per cui aveva fatto incidere sul fronte della cappelletta “COVID-19 by Macelleria Da Franco ‘u Sindicu”, con sotto un bell’affresco del pollicione in su e il doveroso “seguici su facebook”.
Tindaro aveva contratto il virus da Alceste, che bazzicava il bar ignaro di essere infetto. Poi Alceste perse l’appetito e chiamò il dottore, ma la situazione precipitò e così seppe. Costretto a letto e in fin di vita, consegnò a Mestò un bigliettino per Tindaro. Con grafia da libro cuore in salsa parkinson, confessava:
O scoperto ogi di avere il virus, scusa che lunedì al bar ti o restituito il fazzoletto che mi hai prestato, non lo o dato a Mestò da lavare e ora sto in pena che mori pure tu.
Tindaro, ricevuto il biglietto, si chiuse nel tinello a piangere per l’amico e per sé. Un pianto lungo e senza ritegno, data la sordità di Mestò. Un pianto liberatorio. Passata un’oretta si fece un bicchiere di vino e consegnò a Mestò un fazzoletto da portare di corsa ad Alceste. Così fu, e Alceste spirò subito dopo aver letto il messaggio scritto col sugo per gli gnocchi.
Tranquilo, fa gnente. A, guarda che i soldi dentro al tino te li oh presi io. Scusami, che lo so che Marianna nun t’ah sposato perché stavi a secco. Speravo che me sposava a me, nun l’oh sapevo mica che era puttana, io.
Poi spirò anche Tindaro e i due si ritrovarono con una nuova forma nella cappella del macellaio, peraltro molto seguita su Facebook.
Tentarono di picchiarsi, di strapparsi i capelli e la dentiera. Fu tutto inutile. D’altronde si sa, di che son fatti i fantasmi.
Eleuterio li raggiunse qualche tempo dopo e siccome era il libraio di Privoli, l’unico, ci sapeva davvero fare con le parole. Insegnò loro il verbo avere, Dante, Petrarca e Boccaccio. E quelli si sentirono finalmente liberi. Liberi di odiarsi senza conseguenze.
Quando il cimitero chiudeva per la pausa pranzo i tre uscivano per una passeggiata e raggiungevano Mestò, già addormentata sullo sgabello. Non potevano fare nulla per lei, e questo era frustrante perché le erano grati e le volevano bene.
– Povera Mestò, siamo morti tutti, chissà di che campa. Certo che per essere muta, russa forte, eh? In vita non me n’ero mica accorto.
– Perché eri sordo pure tu! Dice il nano, che Franco le passa un mensile per far brillare la cappella e che a dormire va dalle monache. Tu sai qualcosa Eleutè?
– Tindaro, la smetti di chiamarlo “il nano” per favore? Povero Tonino. Vi rendete conto di cosa significhi non poter amare chi ami? Siete grevi e stolti. Per farla accogliere al convento il poveretto ha dovuto garantire fiori gratis ad aeternum!
– Alcè, ma te lo capisci?
– Io sì. Le suore lo fregano. Come te hai fregato me, stronzo.
– Basta, basta voi due! È ora di rientrare.
Alceste, che era curioso d’indole e molto fiero dei progressi letterari ottenuti con Eleuterio, faceva strada leggendo ogni scritta, sempre in cerca di una qualche novità cimiteriale. I nomi, le date, gli epitaffi, la segnaletica per i visitatori… leggeva tutto ma proprio tutto declamando con enfasi e senza accento dialettale, tanto per far saltare i nervi a Tindaro. D’altronde si sa, i fantasmi ne hanno di tempo da perdere.
Ma in quella fredda giornata di novembre, una novità che non fosse un nuovo arrivo, finalmente c’era.
Percorrendo il solito sentiero che costeggia l’uscita secondaria, i tre notano un fagottino rosa proprio ai piedi della cancellata.
– Alcè hai perso le mutande? … Alcè?
Alceste è già al cancello. D’altronde si sa, i fantasmi sono velocissimi.
“Alceste che fai, sei pazzo? Non è sicuro, torna subito qui!” gridano accorati i due sul sentiero. Molto accorati, perché devi sapere che i vecchi fantasmi informano subito i nuovi venuti dei terribili fenomeni di liquefazione cui hanno assistito nel tempo. A loro è Peppino, quello senza un alluce, che ha subito raccontato tutto.
“Mettiamola così: il cimitero è un campo minato. Se qui cerchi di manifestarti in presenza di persone vigili, sei fottuto. Diventi acqua e ciao. Non che ti vedano, eh, ma proprio per evitare che ti vedano, diventi acqua. Una qualsiasi pozza da cimitero, per intenderci. E sono davvero pochi quelli che possono raccontare di essere tornati indietro. Indietro al vapore, s’intende. L’avevi notato, sì, quante pozze d’acqua si trovano nei cimiteri? Ecco, ora sai anche perché, quindi porta rispetto e occhio a non metterci i piedi.”
Peppino non era ospite della cappella covid perché era morto per complicazioni intervenute a seguito dell’incidente con il badile. Generalmente non aveva buona memoria ma con loro era stato molto chiaro: “Se non volete diventare pozze, qui dentro non dovete manifestarvi mai. Quindi: uno, uscite solo a cimitero chiuso e meglio se di notte; due, non avvicinatevi mai al cancello, che c’è il viavai della fontana e finisce che vi manifestate senza neanche volerlo; tre, Tina, la zoppa della cappella Togni, dice che ha visto lo zio finire così e da allora non ha mai più riposato in pace. Avete presente la pozza dietro al casotto dei bagni? Non è solo una perdita dello scarico… c’è anche suo zio, lì. Che fine di merda.”
“Alceste vieni qui! Sei pazzo? Diventi pozza!”
E quello, niente.
Devi sapere che il fagotto è solo il berretto di una bimba portato dal vento, ma non è più lì che è fisso il suo sguardo. Dritto dritto in tutto il suo vapore, Alceste se ne sta impalato di fronte al muro di cinta alla destra del cancello, dove mai nessuno di loro si era spinto.

3
Uno, due, tre Mpf. Mestò si ricompone sullo sgabello e controlla sul telefono i messaggi dal paese suo. Non piove più. Si erge sulle caviglione, afferra il secchio e ci scarica dentro una generosa dose di candeggina. Poi esce dal casotto, lo riempie d’acqua, impugna la ramazza e si dirige con decisione verso il prefabbricato dei bagni, visto che la perdita sul retro emette un odore davvero insopportabile. I tre, già al sicuro nella cappella, la seguono con gli occhi finché svanisce sul retro.
– Povero zio… Alcè, hai rischiato grosso.
Ma Alceste non fa altro che pensare al pulsante rosso.
– Vi rendete conto che possiamo escogitare qualcosa per aprire il cancello? Stanotte vado da Peppino e gli chiedo degli evasi. All’ultimo raduno notturno ho conosciuto la vecchia Quintilia, si è fatta scappare che nel ‘63 ci fu la più grande evasione del secolo scorso. Uno di quei camion della guerra, carico d’uva, finì per schiantarsi sulla cancellata. Il poveretto, ubriaco, ci lasciò le penne e non poterono far altro che estrarlo per seppellirlo direttamente. Il camion rimase incastrato nella cancellata un paio di giorni, poi vennero a tirarlo via con delle macchine grosse, roba americana, e si portarono via pure il cancello distrutto. Dice la vecchia che bastò una notte per organizzare la grande fuga. Se ne andarono in tanti, nessuno tornò. I soldi, nel tino, io ce li misi proprio allora: una notte mi apparve in sogno nonno per avvertirmi che presto li avrebbero rubati. Ma non era un sogno, era proprio nonno, capite?
– Ancora con ‘sti soldi Alcè? Io te l’ho rubati perché t’ho visto nasconderli!
– Però da me nonno è venuto, e m’ha pure predetto il futuro! Io dico che se riusciamo in qualche modo a premere il pulsante…
Eleuterio lo interrompe bruscamente.
– E dove te ne vorresti andare? Sentiamo un po’.
– A casa mia, vorrei solo tornarmene a casa…
– A far paura a tua nipote? Cosa diamine ci vai a fare, da morto, a casa tua? Questo è il nostro posto, qui non siamo soli né dannati.
Alceste, il cui vapore s’è fatto grigio cupo in un attimo, abbassa gli occhi e neppure risponde. D’altronde si sa, a nessuno piace sentirsi dire che è morto.
– Ecco il custode, io vado a farmi una dormita, ciao Eleutè. E… Alcè, dai, non te la prendere, lo sai che ha ragione Eleuterio. Che ci andiamo a fare, fuori. E poi, con ‘ste mani fatte di vapore, ma come pensi di riuscire a schiacciarlo quel maledetto pulsante rosso? Tutta ‘sta cultura ti confonde, dammi retta Alcè, lascia perdere Dante e vatti a riposare un po’.
Torna a battere la pioggia sul camposanto. Solo un visitatore si avventura tra le pozze (ahi!) coperto da un vistoso ombrello viola a pois gialli. I piccoli attendono ansiosi la chiusura della sera per poter tornare a giocare ai mimi nella cappella principale.
Verso mezzanotte, in un silenzio smaccatamente tombale, si sente chiamare: “Raduno! Raduno!”.
In un batter d’occhio s’alza dal suolo una miriade di lingue di vapore, tutte tremule e sinuose. Si fanno più grandi e più grandi ancora mentre la luna, complice, vi si riflette vanitosa. Con il vapore sale anche un brusio, che diviene presto un gran vociare di morti.
“Silenzio, prego! Questo raduno è indetto su richiesta del fu Alceste Cantalamessa, che ne ha fatto domanda con nota d’urgenza. Ricordo a tutti che il Cantalamessa fa parte dell’ultimo gruppo di arrivi, e che è nostro compito assistere i nuovi nel complesso percorso di integrazione post mortem che ben conosciamo. In qualità di super anziano vi invito dunque a partecipare civilmente al raduno, rispondendo – se e quando interpellati – ai quesiti che il Cantalamessa vorrà porre. Prego Cantalamessa, dica pure”.
– Ho scoperto il pulsante rosso!
Lo guardano tutti attoniti. Poi, un fragoroso scoppio di risa.
“Silenzio, silenzio! Un po’ di rispetto! Abbia pazienza Cantalamessa… ma lei, con il pulsante rosso, che ci vorrebbe fare?” chiede il super anziano mal celando una risatina sardonica.
– Io so come pigiarlo!
Le risa scemano lasciando spazio alla curiosità, ma irrompe il giovane scassinatore morto ammazzato dagli sbirri nel ‘73. “E secondo te, vecchio, cosa cerco di fare io da 47 anni a questa parte? Sono proprio curioso, dimmelo tu come possiamo premere il pulsante rosso noi geyser di Privoli. Avanti, spara!”.
– Dobbiamo chiedere a Trandafira. Lei sa… ascoltare i morti.
4
Da quando sono morto capisco un sacco di cose. Capisco anche il rumeno, e non ne sapevo proprio nulla del rumeno, visto che l’unica persona rumena che conosco è muta. L’altro giorno sono andato a guardarla mentre dormiva e siccome ero solo, mi sono spinto più vicino del solito. Ho sentito un trillo, mi sono subito nascosto ma lei non si è svegliata, così mi sono avvicinato di nuovo e ho visto che il telefonino sul suo grembo era illuminato. Che non fosse la solita lingua, intendo la nostra, mi era chiaro. Ciò nonostante, capivo tutto quel che leggevo.
Figlia mia, ci devi convivere. Tutte noi donne della famiglia Sidoli abbiamo ereditato questa capacità ultraterrena. Il nostro occhio destro roteante ne è la prova. Non ti fa bene il lavoro del cimitero. Tu puoi ascoltarli e loro lo scopriranno. E vorranno usarti come tramite, ti avverto. Per quanto ancora riuscirai ad ignorare le loro voci? Piuttosto, pensa a rifarti una vita con il fioraio di cui mi hai scritto… nessuno sa di voi, dunque fuggite, fuggite in gran segreto! Ricorda che tu sei figlia di un nano, il nano circense più famoso di tutta Romania! Tuo padre fece di me la donna barbuta che oggi, fieramente, sono. Concedigli una possibilità.
Ti abbraccio, la mamma.
5
Trandafira sapeva tutto. Sentiva blaterare i suoi vecchi mentre riposava nel casotto del custode, mentre lucidava i marmi della cappella e pure mentre russava dalle monache. E sapeva pure delle pozze, visto che quando aveva messo un piedino sul trisnonno Teodoro Sidoli, al cimitero di Costanza, quello l’aveva risucchiata nel nulla per un tempo che a lei sembrò infinito. Poi finalmente venne risputata alla vita dalla pozza.
Sua madre, che le aveva lasciato la mano per soli tre minuti, la trovò che batteva i denti aggrappata al cipresso della tomba di famiglia, fradicia e pallida come un cencio.
“Oh no piccola mia… hai pestato il trisnonno? Ti avevo detto di fare attenzione! Vieni qui, ora la mamma ti spiega chi siamo.”
Ma il risucchio nel nulla fu talmente orribile che non volle più parlare né ascoltare. Così mentre la mamma le raccontava delle donne Sidoli e delle loro abilità ultraterrene, lei comandò a lingua e timpani di smettere di funzionare. E quelli obbedirono.
Trascorse poi qualche anno in santa pace finché suo padre, passato all’altro mondo per via di un trampolo sabotato da un nano rivale, iniziò a chiamarla dall’aldilà. Lo avrebbe anche ascoltato, se il babbo non fosse stato così insistente nel chiederle di vendicarsi del sabotatore, ogni volta con un piano più cruento e dettagliato. Trandafira non potè far altro che fuggire, accettando il primo ingaggio disponibile per la tournée estiva del Circo Sidoli in occidente.
Capitò a Privoli in autunno, le piacque il vino, stette e divenne Mestò.
Trandafira sapeva tutto e quella sera, lasciando il cimitero, nascose nella panciera una certa chiave e poi infilò un biglietto in una fessura del chiosco di Tonino, che era andato a consegnare i fiori alle monache.
Alle tre di notte, si udì un cigolio di ferraglia pesante a rompere il solito silenzio smaccatamente tombale.
6
La giornata del custode era iniziata proprio male. All’alba la telefonata del maresciallo Cosimi, poi neanche il tempo di infilarsi le braghe e far uscire il caffè, che già bussavano alla porta.
Silvio il panettiere, che prima dell’alba se ne andava al forno costeggiando il camposanto, aveva riferito al maresciallo che quella mattina quasi gli prendeva un colpo. Fermatosi come sempre alla fontana, trovò che il cancello sul retro era spa-lan-ca-to! S’era pure affacciato per chiamare il custode, ma dentro al camposanto non si vedeva anima viva.
– Qualcos’altro ce stava però, Marescià! Io l’ho sentito, e quasi quasi me caco sotto!
– Quindi, se ha sentito, qualcuno le avrà risposto, no?
– A Marescià, come glielo devo di’? Nun ce stava nessuno! Nessuno de vivo, intendo.
– E allora si può sapere cosa diamine ha sentito?
– Freddo, tanto freddo. Mi sono sentito gelare dentro, così ho ripreso la salita per andarmene ma poi ho avvertito qualcosa e – mannaggia a me! – me so’ girato de scatto. Non l’avessi mai fatto. Ho visto quella nebbia Marescià… ‘na cosa dell’altro mondo! Pareva ‘na persona fatta de fumo, e non nel senso delle canne.
– Ah no? E allora in che senso?
– Era un fantasma Marescià! Aò ma a voi carabbigneri chi ve l’ha fatte le scole, l’omo de pietra?
– Ma insomma la smetta! Lei è chiaramente ubriaco. A quest’ora poi, si vergogni!
– Marescià non le ho detto il peggio! Sto fumo tempo du’ secondi è svampato e ho sentito forte uno sciaff! come de ‘na secchiata d’acqua, così me ne so’ scappato via più veloce che potevo!
– Ecco, bravo, e adesso vatti pure a fare una bella doccia fredda, che quando vengo al forno a compilare il verbale per oltraggio almeno ti trovo lucido!
– Tu tu tu tu tu.
“Arrivo, arrivo!”
Alla porta del custode con le braghe ancora calate, bussava sua sorella e no, non aveva una bella cera.
“Tonino se n’è andato”.
~
Eleuterio ed Alceste si trovavano proprio bene nel loro nuovo alloggio. Per quanto fosse ben rifornita, la biblioteca comunale era per lo più semideserta. La frequentava solo la nipote di Alceste, che combatteva la tristezza leggendo romanzi e scrivendo racconti che puntualmente stracciava. Quando c’era lei, i due se ne stavano buoni buoni tra le pagine dei libri, immersi nella lettura. Poi, appena se ne andava, si infilavano nel cestino della carta straccia a leggere il suo ultimo racconto, felici dei progressi di ogni singolo giorno. Finché ella smise di buttare quel che scriveva, e lo spedì anzi ad una casa editrice che le rispose con interesse. Il tempo passò e non vi dico che gioia fu, per Alceste ed Eleuterio, quando la biblioteca si arricchì del primo romanzo di Beatrice Cantalamessa.
Tindaro si salvò per un pelo. Non volle seguire i suoi compari perché di andare in biblioteca non gliene fregava proprio niente, quindi si accodò al giovane scassinatore che invece aveva un piano molto interessante: far morire di paura gli sbirri che nel ‘73 lo avevano freddato per settantamila lire. Peccato che quell’impiccione pensò bene di fare irruzione proprio mentre quelli si preparavano alla fuga: il morto ammazzato, avido di vendetta, non si trattenne dal manifestarsi alle spalle del panettiere, che però si girò.
La pozza dello scassinatore giace ancora in prossimità del cancello e si dice che Tindaro non volle uscire mai più, neppure dalla cappella.
Altri, si limitarono a sfruttare il varco per una breve scorrazzata notturna. Più di qualcuno, in paese, il giorno dopo riferì di una nottata estremamente agitata. Ma non ci si badò poi tanto, visti i tempi, e pian piano non se ne parlò più.
Non si parlò più neppure di Tonino, che si era dileguato in piena notte per la vergogna di esser coperto di debiti.
Né si parlò più di Trandafira, detta Mestò.
Semplicemente perché così comandò.
7
Al cimitero di Sapanta, Romania, per quell’annuncio “Cercasi coppia di custodi, vitto e alloggio”, oggi si è presentato un duo davvero ben assortito: un nano, e un donnone con delle caviglie incredibilmente grandi.
© 2025 Spaventosi Racconti di Corinna Volpi. Tutti i diritti riservati.


Un bellissimo racconto, delicato che fa riflettere molto soprattutto nel periodo che da tempo tutti stiamo vivendo. Mi è piaciuto molto l’essere proiettati in un mondo ultraterreno con un pizzico di dolcezza ed anche ironia che non guasta. Complimenti davvero!
Grazie a te Alessandro per avermi accompagnato in questo mondo! <3
Brava Corinna! Il tuo malinconico umorismo rende questo racconto una perla narrativa. I personaggi sono “vivissimi”, sembra proprio di averli conosciuti (magari in un’altra vita).
Carissima Anna Rita, grazie. Non credo di meritare le tue parole, ma me le tengo strette strette! Giù a Privoli saranno felicissimi di sapere che finalmente qualcuno si è accorto di quanto siano vivi.
Un bel racconto. Ho immaginato i luoghi e i personaggi come in un film. Complimenti.
Grazie per aver trascorso qui un po’ del tuo tempo
Mi sono innamorato della descrizione del personaggio che inizia e finisce con la circonferenza delle caviglie. Brava, davvero.
Felice di averti presentato una donna irresistibile